Paramārtha, Sādhanā e realizzazione di Brahma
Paramārtha è ciò attraverso cui le afflizioni mondane vengono completamente alleviate. Lo sforzo per raggiungere questo Paramārtha è chiamato Sādhanā, ovvero pratica spirituale.
Quando l’Ātman è libero da ogni oggetto, cioè da ogni tipo di afflizione, viene chiamato Paramātman. Finché l’aspirante conserva una percezione dualistica, dirà che la Sādhanā è il processo attraverso il quale l’Ātman e il Paramātman si unificano.
L’Ātman e il Paramātman sono due entità indipendenti? No, non è così.
Il Jīvātman, vincolato dai propri saṃskāra, si muove all’interno delle onde universali ed è soggetto ai cambiamenti della nascita e della morte. Per questo non riesce a conseguire la beatitudine suprema della propria forma originaria.
Tuttavia, nel momento in cui elimina tutti i propri saṃskāra attraverso la Sādhanā e l’impegno della mente individuale che risiede in esso, diviene Paramātman. Tra l’Ātman e il Paramātman non rimane alcuna differenza, se non quella causata dai saṃskāra.
Dvā suparṇā sayujā sakhāyā samānaṃ vṛkṣaṃ pariṣasvajāte
Tayoranyaḥ pippalaṃ svādvatti anaśnan anyo abhicākāśīti
Due uccelli, belli e identici, dimorano sullo stesso albero. Uno di essi gusta i deliziosi frutti dell’albero, mentre l’altro osserva.
Si tratta di una splendida allusione vedica: l’uccello che gusta i frutti rappresenta il Jīvātman, mentre quello che si limita a osservare rappresenta il Paramātman.
Il significato profondo è che l’anima individuale è l’entità che gode di tutti i frutti, mentre il Paramātman è l’entità che funge da testimone di tutte le azioni e reazioni del mondo.
Il Jīvātman è sotto l’influenza della Prakṛti, ovvero è māyādhīna (controllato dalla Māyā), mentre il Paramātman, in qualunque forma Egli si manifesti, è māyādhīśa (il Controllore della Māyā).
Il Paramātman è l’unica Realtà Suprema
I termini sat e satya sono equivalenti: satya è ciò che è immutabile.
Ogni oggetto finito viene trasformato dall’influenza del tempo, dello spazio e del soggetto, cioè della persona che lo percepisce. È quindi soggetto a cambiamenti. Al contrario, il satya non subisce alterazioni in relazione ai cambiamenti del tempo, del luogo o del soggetto.
Esistono usanze e rituali differenti, caratteristici dei diversi climi. A causa delle variazioni climatiche, nessuno di essi può essere definito propriamente satya.
Un evento che un giorno appare reale e viene considerato vero, il giorno seguente può rivelarsi errato e lontano dalla verità. Accade così che ciò che in passato appariva alla mente come un fatto, nel presente risulti irreale, mentre ciò che un tempo sembrava irreale oggi assuma i connotati della realtà.
Di conseguenza, nessuna di queste realtà o irrealtà mondane costituisce una verità permanente.
Un frutto considerato dolce in un determinato luogo può risultare aspro in un’altra terra, a causa delle differenze del suolo. Un oggetto che appare bianco alla maggior parte delle persone apparirà giallo agli occhi di chi soffre di itterizia.
Nessun oggetto dell’universo può rappresentare una realtà permanente, poiché tutti dipendono dal tempo, dallo spazio e dal soggetto.
Solo Brahma è la realtà eterna, al di là dell’influenza della Prakṛti, ovvero al di là della mente. La Sua dimora si trova certamente oltre i confini del tempo, del luogo e del soggetto.
In questo universo manifesto, tutto ciò che a prima vista consideriamo reale è, in effetti, una verità relativa.
Ogni cosa presenta differenziazioni di tre tipi: svajātīya (omogenee), vijātīya (eterogenee) e svagata (interne).
Gli oggetti relativi sono identificabili soltanto attraverso queste differenze.
Un albero, per esempio, è eterogeneo, o vijātīya, rispetto a case, colline, fiumi e così via.
Tra gli alberi stessi esistono differenze omogenee, o svajātīya, come quelle tra un albero di mango, un albero di giaca e una palma.
Anche tra i manghi esistono differenze tra le varie varietà, come la langra e la bambai.
Esistono inoltre differenze interne, o svagata, tra il tronco, i rami, le foglie e le altre parti di ogni singolo albero di mango.
Il Paramātman è un’entità universale e, pertanto, si colloca al di sopra di queste tre categorie di distinzioni.
Tutto è Brahma
Questo mondo visibile è la manifestazione mentale di Brahma. Egli è una realtà senza eguali che tutto pervade.
Nello Shruti si afferma:
Sarvaḿ khalvidaḿ brahma tajjalán.
Tutto è Brahma. Ogni cosa nell’universo è stata creata da Lui, è sostenuta in Lui e in Lui viene riassorbita.
Anche il Tantra lo conferma:
Yato vishvaḿ samudbhútaḿ yena játaiṋca tist́hati
yasmin sarváńi līiyante jineyaḿ tad Brahmalakśańaih
Il termine Brahma significa «il Grande». Tuttavia, non è sufficiente definirLo semplicemente «Grande», poiché Brahma è Colui che possiede il potere di rendere grandi anche gli altri.
Per Sua grazia, gli esseri viventi si immergono nel pensiero di Lui e giungono a Lui, raggiungendo così la Grandezza.
Brhattvád Brahma, Brḿhańatvád Brahma.
Yatra nányat pashyati nányacchrńoti nányadvijánti sa Bhúmá.
Quando una persona raggiunge questo stadio, non vede, non ode e non percepisce più nient’altro: consegue la condizione di Brahma.
Tuttavia, normalmente gli individui non raggiungono questo stato, perché il fascino del mondo mantiene i loro sensi assorti in oggetti diversi.
Per liberarsi da tali oggetti è necessario intraprendere percorsi specifici. Dove esiste un oggetto, la percezione di Brahma non può sussistere.
L’umanità, nel suo complesso, deve seguire determinate discipline per affrancarsi dalle percezioni legate agli oggetti. Queste discipline sono chiamate Sādhanā.
Gli esseri umani sono più consapevoli di tutte le altre creature di questo mondo, ma sono anche maggiormente invischiati negli attaccamenti mondani.
Attraverso le proprie facoltà intellettuali, inventano nuovi oggetti per ottenere piacere. Tuttavia, tutto ciò che producono è, in ultima analisi, un oggetto dell’intelletto.
È soltanto quando questi prodotti dell’intelletto diventano un ostacolo al raggiungimento della felicità che le persone si impegnano a conseguire la vera conoscenza.
La vera conoscenza è immutabile.
Nel corso della propria ricerca, l’individuo scopre che Brahma è all’origine di ogni cosa e si prepara a raggiungerLo. Questo è ciò che viene chiamato Sādhanā.
Nella Kaṭhopaniṣad si afferma:
Nāvirato duścaritānnāśānto nāsamāhitaḥ
Nāśāntamānaso vāpi prajñānenaenamāpnuyāt.
Ciò significa che, finché gli esseri umani non riescono a placare la propria mente, distaccandosi dalle azioni dettate dai desideri e purificando così il proprio io interiore, non potranno raggiungere Brahma, per quanto possano studiare.
La mente: causa della schiavitù e della liberazione
Ogni nostra affermazione ha una ragione d’essere, poiché i pensieri traggono origine dal citta, la mente profonda, e la mente li trasforma in azione con l’aiuto degli indriya, gli organi di senso e d’azione.
Gli indriya operano quando la mente è attiva. Quando la mente non desidera compiere alcuna azione, anche gli indriya rimangono inattivi.
Negli Śāstra si afferma:
Mana eva manuṣyāṇāṃ kāraṇaṃ bandhamokṣayoḥ
La mente è, di per sé, la causa della schiavitù o della liberazione degli esseri umani.
Dunque, la mente è alla base di tutte le nostre attività, sia quando la orientiamo verso gli oggetti mondani, sia quando la rivolgiamo verso Brahma.
Nessuna azione è possibile senza la mente. La mente possiede potenzialità infinite e il controllo di tali potenzialità costituisce la Sādhanā.
Sebbene la mente sia estremamente potente, presenta un grave limite: non è in grado di pensare a due oggetti contemporaneamente.
Ogni volta che pensa, lo fa sempre in relazione a un unico oggetto.
Ciononostante, la velocità con cui opera è sbalorditiva.
Mentre ci concentriamo su un compito specifico, potremmo anche percepire altre persone che parlano di noi. Ciò è dovuto alla rapidità con cui opera la mente, che ci porta a credere che i flussi di pensiero siano ininterrotti.
Per esempio, mentre guardiamo le immagini al cinema, seguiamo contemporaneamente i dialoghi.
È possibile comprendere le attività della mente osservandola con attenzione: si scopre così che essa può compiere una sola azione alla volta.
Pertanto, le attività mondane e la meditazione su Brahma non possono essere svolte simultaneamente.
È impossibile rimanere, da una parte, legati alle passioni, alla rabbia, all’avidità e così via e, dall’altra, adorare Brahma.
Per adorare Brahma, la mente deve essere purificata.
Il nostro obiettivo non è diventare apatici nei confronti degli oggetti mondani attraverso la purificazione mentale. Vivendo in questo mondo, non possiamo esserne indifferenti.
Il nostro scopo è agire, ma in modo tale che le nostre azioni non ci leghino agli oggetti stessi.
Molti si chiedono: poiché sia le azioni buone sia quelle cattive portano alla schiavitù, non sarebbe forse preferibile rimanere inattivi?
No, non è possibile.
Finché manteniamo il nostro corpo, non possiamo sottrarci all’azione. Dobbiamo agire, che ci piaccia oppure no. Persino la respirazione è un’azione che dobbiamo compiere fino al momento della morte.
Yama e Niyama: la disciplina spirituale nella vita quotidiana
Se osserviamo Yama e Niyama, non si svilupperà alcun attaccamento verso gli oggetti mondani, poiché ogni precetto di Yama-Niyama è parte integrante della Brahma Sādhana, la pratica spirituale rivolta a Brahma attraverso le azioni nel mondo.
Di conseguenza, quando si riesce a osservare perfettamente la disciplina spirituale di Yama-Niyama, la mente si immerge in Brahma, che rappresenta il fine ultimo di tale pratica.
Pensiamo, per esempio, a una persona totalmente dedita a guadagnare denaro: per lei, nel mondo, non esiste nient’altro che il denaro.
Allo stesso modo, l’aspirante spirituale che si dedica a Yama e Niyama si consacra al conseguimento di Brahma.
Attraverso la Sādhanā basata su Yama e Niyama, cioè sui codici etici e sulla disciplina, ci si dedica al conseguimento di Brahma. In realtà, non esiste altro che Brahma.
La vita di chi è dedito esclusivamente all’accumulo di denaro diventa simile a un deserto, poiché tutto ciò che non è denaro viene percepito come estraneo.
Al contrario, per chi aspira a Brahma nulla può essere considerato estraneo, perché ogni cosa è Brahma.
Secondo una credenza diffusa, la Sādhanā non sarebbe praticabile nella vita quotidiana e richiederebbe all’aspirante di rompere i legami con la propria casa e con i propri familiari.
Si tratta di un’idea errata.
Come può un sādhaka, cioè un praticante spirituale, dedicarsi a Brahma se non è nemmeno in grado di sostenere i quattro o cinque membri della propria famiglia?
Fin dalla nascita, ogni individuo è inserito in un nucleo familiare, e ogni famiglia deve affrontare, prima o poi, dei problemi.
Se, invece di risolvere queste difficoltà, si abbandona la propria casa per vivere in solitudine, si riuscirà davvero a dimenticare quei problemi?
Inoltre, anche vivendo in solitudine, sarà comunque necessario provvedere al proprio nutrimento e al proprio vestiario.
La Sādhanā può essere praticata soltanto attraverso questo corpo fisico. Pertanto, è inutile creare situazioni innaturali abbandonando la propria casa.
È possibile dedicarsi alla Sādhanā esercitando l’autocontrollo, indipendentemente dalla situazione in cui ci si trova.
L’unico requisito fondamentale per intraprendere la Sādhanā è un desiderio ardente di praticarla.
Dobbiamo rafforzarci rimanendo nel contesto della vita quotidiana e, al tempo stesso, sforzarci di trascendere la condizione umana ordinaria.
Sviluppando facoltà superiori, possiamo risvegliare in noi l’essenza dell’umanità eterna. Questa entità umana eterna è, in ultima analisi, Brahma.
Per ottenere tale potere, è necessario abbandonare ogni meschinità, poiché questo è il percorso della Sādhanā verso l’Infinito.
Superare ogni distinzione e discriminazione
I sentimenti di distinzione e separazione costituiscono un grave ostacolo.
Pensare che una persona sia musulmana, un’altra induista e un’altra ancora un bramino o un vaiśya, appartenente alla classe dei commercianti o degli agricoltori, deriva da una mentalità meschina.
Se ogni essere vivente è una manifestazione di Brahma, come si può giungere alla conoscenza di sé senza liberarsi da queste percezioni discriminatorie?
Nessuno è superiore e nessuno è inferiore.
Naturalmente, a seconda delle proprie virtù e dei propri vizi, si può essere felici o infelici, ricchi o poveri, sciocchi o dotti. Eppure, tutti rimangono esseri umani.
I sentimenti che creano distinzioni rappresentano il principale ostacolo nel cammino della Sādhanā, e non è possibile raggiungere una condizione elevata senza superarli completamente.
A questo proposito, nel Mahābhārata si narra un episodio.
Sia Yudhishthira sia Duryodhana avevano invitato il Signore Krishna a cena nelle rispettive dimore.
Mentre era in cammino, Shri Krishna fece tappa a casa di Vidura. In quel momento, il grande Vidura non si trovava in casa.
Sua moglie, che viveva in condizioni di estrema povertà, si sentì smarrita di fronte all’improvvisa apparizione di Shri Krishna.
Non sapendo come accoglierLo adeguatamente e non avendo altro cibo in casa se non delle banane, gli lavò i piedi, Lo fece sedere e, mentre Gli chiedeva come stesse, iniziò a sbucciare le banane e a offrirGli il contenuto.
Nel frattempo, il grande saggio Vidura rincasò.
Vide il Signore Krishna seduto e sua moglie, completamente assorta nei propri sentimenti, intenta a offrirGli le bucce delle banane.
Krishna mangiava con tale gioia che sembrava non avesse mai gustato nulla di più prelibato.
Vidura, profondamente addolorato per la sbadataggine della moglie, esclamò:
«Cosa stai facendo? Offri al Signore le bucce anziché le banane!»
La donna, colta di sorpresa, iniziò a scusarsi per il proprio errore.
Anche Vidura intervenne, supplicando:
«O Signore, hai già mangiato molte bucce; Ti prego, compiaci questa povera donna accettando qualche banana».
Ma il Signore rispose:
«Vidura! Il mio stomaco è ormai sazio. Queste bucce avevano un sapore così squisito che non esiste cibo migliore. Finché tua moglie, dimenticando ogni distinzione, mi ha nutrito, “Io” ero presente; ma ora che è subentrata la differenza tra la banana e la sua buccia, quel “Io” non c’è più».
Questa è una breve storia, ma molto istruttiva.
Dinanzi al Signore non esistono distinzioni.
Shankaracharya era un dotto studioso. Egli confutò il buddhismo e fece rinascere la religione brahmanica; tuttavia, vi era una carenza di piena armonia tra i suoi principi e le sue pratiche.
Una volta, dopo essersi immerso nelle acque del Gange a Kashi, mentre tornava verso la strada, vide un «intoccabile» che camminava accompagnato da alcuni cani.
Per timore che il proprio corpo venisse toccato, cercò di evitarli.
Allora l’intoccabile disse:
«O Signore! È forse questo il risultato del tuo principio secondo cui esiste soltanto il Brahman e nient’altro? Sei noto come Brahmajñāni, colui che conosce il Brahman. Eppure, considerare un paria come un essere inferiore genera proprio quel senso di distinzione che vorresti superare».
L’Io individuale e l’Io Universale
Il Brahman Supremo risiede nel sentimento dell’«io», situato nel profondo dell’intuizione mentale.
La nostra esistenza è in Lui.
Egli è presente nei raggi del sole; è grazie a Lui che la percezione del mondo è possibile.
Dopo aver creato il nostro ego e aver sparso innumerevoli giocattoli attorno a noi, Egli si è celato tra di essi.
Quando giungiamo a scorgerLo in ogni cosa da Lui creata, il nostro ego svanisce.
Il senso dell’«io» individuale si fonde nell’«Io» Universale.
Si dice che le donne e gli Shudra non abbiano il diritto di studiare i Veda e acquisire Brahma-jñāna, ovvero la conoscenza del Sé.
Anche questa è una forma di discriminazione.
In India, le donne furono autrici di versi vedici; pertanto, questo ragionamento non è fondato.
Veda Vyasa nacque in una famiglia di pescatori e fu lui a suddividere i Veda in quattro parti: Ṛk, Yajur, Sāma e Atharva.
Di conseguenza, l’idea che le donne e gli Shudra non abbiano il diritto di leggere i Veda è del tutto erronea.
È auspicabile che nel cuore degli aspiranti non rimanga alcun sentimento di distinzione.
Nell’Ajñānabodhini Tantra si afferma:
Varnāśramābhimānena śrutidāsye bhavennarah
Varnāśramavihīnaśca vartate śrutimūrdhani.
Brahma è un’entità universale e immutabile.
Una madre ama tutti i propri figli e non nutre preferenze nei loro confronti basate sulle differenze, indipendentemente dal fatto che siano buoni o cattivi.
Allo stesso modo, agli occhi del Signore nessuno è buono o cattivo: Egli elargisce la Sua grazia in egual misura a tutti.
La beatitudine suprema e la conoscenza dell’Ātman
I sentimenti di gioia e dolore sono creazioni della mente.
Sebbene la mente sia limitata, il suo raggio d’azione è vasto.
L’aspirante intraprende il percorso spirituale attraverso la mente. Quando, tramite la Sādhanā, fonde la propria mente in Brahma, giunge a realizzare Brahma stesso.
Raggiunge così una dimora eterna, al di là di ogni gioia e dolore, dove non può più sussistere alcun sentimento di distinzione: vede Brahma in ogni cosa.
Yājñavalkya dice a Maitreyī:
«L’Ātman è l’unica dimora della beatitudine. È opportuno ascoltare riguardo a esso, riflettere su di esso e meditare su di esso. Attraverso una meditazione profonda, ne coglierai la luce. Una volta conosciuto l’Ātman, non resta più nulla da conoscere».
Nella Muṇḍakopaniṣad si legge:
Bhidyate hṛdayagranthiśchidyante sarvasamśayāḥ
Kṣīyante cāsya karmāṇi tasmin dṛṣṭe parāvare.
I nodi nel cuore degli esseri viventi si sciolgono una volta che essi si sono uniti a Brahma, la Causa di tutte le cause.
Tutte le reazioni alle azioni passate vengono annullate.
Gli esseri viventi desiderano raggiungere la felicità ed evitare le sofferenze.
È nel loro Dharma ricercare la felicità, e questo desiderio è il motore di ogni loro azione.
I piaceri mondani, tuttavia, nascono dagli attaccamenti e non offrono una beatitudine duratura.
Se una persona ottiene cento rupie, ne vorrà mille. In questo modo, il desiderio cresce progressivamente a ogni nuovo traguardo raggiunto.
Nessun godimento sensoriale è infinito; pertanto, il desiderio dell’Infinito non può essere appagato attraverso oggetti finiti.
Il Paramātman è l’Infinito. Di conseguenza, una felicità infinita è raggiungibile soltanto realizzando Lui, ed è per questo che la Sādhanā è indispensabile.
Senza Sādhanā non vi è liberazione dai vincoli mondani. Il Sacchidānanda, ovvero l’Essere, la Coscienza e la Beatitudine, può essere raggiunto soltanto attraverso la Sādhanā.
La Sādhanā nella vita familiare e il vero significato di Sannyāsa
La Sādhanā può essere praticata anche tra le mura domestiche, da persone che vivono in famiglia. Non è necessario intraprendere l’ordine del Sannyāsa.
Il vero significato del termine «Sannyāsa» è «dedizione alla Verità».
Nessuno può essere dedito alla Verità se non attraverso la Sādhanā.
Di fatto, il termine «Sannyāsa» può essere impiegato esclusivamente nel contesto della Sādhanā.
Il cammino verso la Verità e l’Unione Suprema
O seguaci di Ananda, camminate lungo il sentiero della Satya, la Verità, e risvegliate la Satya che giace celata in voi.
Sviluppate la coscienza cosmica latente nel vostro essere, proprio come Bhagiratha, grazie ai suoi poteri sapienti, fece scorrere le sacre correnti del Gange attraverso le oscure gole montane.
Attraverso queste correnti di Satya, la Verità, ravvivate la vostra società e conducetela lungo il cammino verso l’oceano infinito di anime inseparabili, che si stanno risvegliando sulla via dell’Unione Suprema: la sacra confluenza nel mare.
Quando questo sarà raggiunto, non vi saranno più vagabondaggi meschini né lotte esteriori per l’esistenza.
Esisterà un unico «Tu» universale, che dimenticherà il proprio sé nella serenità più profonda, nell’esaltazione della Coscienza e nel tocco sacro di ciò che è supremamente beato.
Shrii Shrii Anandamurtijii
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